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Farthan Zathlat. Etruschi di Berlino
4 Set
Dal 9 settembre al 10 ottobre 2011, alla Società Dante Alighieri di Berlino è di scena la mostra “Farthan Zathlat. Etruschi di Berlino” di Valerio Giovannini. L’esposizione si lega alla mostra “Farthan. Die Etrusker sind hier” che si è tenuta nel 2010 alla KulturKaufHaus Dussmann e approfondisce il tema dell’organizzazione dello spazio degli Etruschi legandolo all’opera di Dante Alighieri.
Zatlath è un lemma etrusco che significa “portatore d’ascia” ed è traducibile col concetto di “guardia del corpo”. Da questa parola deriva il latino “satelles”, l’italiano “satellite”, il tedesco “satellit”, l’inglese “satellite”, lo spagnolo “satèlite”, lo sloveno “sateliske” e così via… Anche in greco, la parola usata per “satellite”, “δορυφόρος” “Doriforo” ha un significato simile, “portatore di lancia” ma è il significato del russo “спутник” “Sputnik” (“compagno di viaggio”) la chiave di lettura dell’esposizione.
Indagando una delle energie alla base dell’universo: la forza di gravità (connessa a spazio e tempo e anche metafora psicologica), questa mostra si pone come un “compagno di viaggio” dell’esposizione dello scorso anno proponendo una weltanshaung e uno zeitgeist etrusco/contemporaneo.
L’idea si connette anche al video realizzato per il progetto “Landvermesser” che, ponendo il centro in Friedrich Strasse, sede della mostra dell’anno scorso, divideva idealmente Berlino secondo lo schema della religione etrusca (12 sezioni corrispondenti alle sedi di altrettante divinità).
L’idea è di indagare l’identità della città secondo una prospettiva nomade e contemporanea, individuando legami innovativi tra elementi culturali del passato (la cultura etrusca e la poesia di Dante) e il ruolo contemporaneo “capitale culturale d’Europa” in relazione al suo passato di divisione e al suo presente di luogo di incontro tra culture e identità differenti, vera fucina dell’identità europea.
Attraverso questa “impossibile” operazione di riattualizzazione e collegamento Farthan / Zathlat mira a recuperare i confini della tradizione culturale toscana per immaginare una terra senza confini. E propone una “cornice ideale” in cui si inseriscono alcuni temi cardine: dai “confini che uniscono” alla necessità di immaginare una dimensione planetaria ecologica, dal valore del passato al bisogno di trovare un rapporto tra persone, cose e nazioni che ricalchi quella “armonia coelestis” che gli Etruschi ricercavano in tutti gli aspetti vita.
In mostra una selezione di opere di Valerio Giovannini che sono state esposte alla KulturKaufHaus Dussmann più tre nuovi lavori realizzati ad hoc. Materiali tradizionali etruschi (legno, piombo, oro, rame, terracotta, alabastro) e contemporanei (plexiglass) per mostrare come, nei secoli e nei millenni, le cose non cambino che in superficie e come anche un antico modo di pensare sia imprevedibilmente ancora attuale, utile e significativo. Una sensibilità ecologica, quella che traspare dalle regole dell’“Etrusca Disciplina” (la scienza sacra degli Etruschi) che evoca uno strettissimo rapporto con la Natura e il Divino. Una dimensione arcaica che già Seneca, nel I secolo d.C., sentiva aliena: “Questa è la differenza tra noi e gli Etruschi…: noi pensiamo che i fulmini si producano in seguito all’urto delle nubi; essi invece ritengono che le nubi si scontrino perché si possano produrre dei fulmini (e infatti, poiché attribuiscono tutto alla divinità, sono convinti che le cose hanno un significato non perché avvengono, ma che esse avvengano in quanto portatrici di significati)”.